
Mi chiamo Debora Pirastu e sono una psicologa dello sviluppo e dell’educazione. Mi occupo di bambini, adolescenti e famiglie, accompagnandoli nei momenti in cui il percorso di crescita diventa più complesso: difficoltà scolastiche, emotive, comportamentali o relazionali.
Il mio lavoro nasce dal desiderio di offrire uno spazio sicuro e accogliente, dove i bambini possano essere compresi nella loro unicità e i genitori possano trovare strumenti concreti per affrontare le sfide educative quotidiane.
Nel mio approccio integro conoscenze psicologiche, educative e neuroscientifiche per aiutare i genitori a comprendere meglio il funzionamento emotivo e cognitivo dei propri figli. Quando un bambino fatica — a scuola, nelle relazioni o nella gestione delle emozioni — è importante sapere che dietro il comportamento c'è sempre un bisogno che può essere ascoltato, accolto e trasformato.
Attraverso percorsi di supporto psicologico, potenziamento e accompagnamento alla genitorialità, lavoro per rafforzare il legame tra genitori e figli, promuovendo relazioni più serene, maggiore autonomia emotiva e fiducia reciproca.
Credo che ogni bambino abbia dentro di sé le risorse per crescere in modo sano e armonico, se sostenuto da adulti capaci di osservare, ascoltare e sintonizzarsi con i suoi bisogni reali. Il mio obiettivo è aiutare le famiglie a costruire relazioni stabili e consapevoli, capaci di nutrire lo sviluppo emotivo e relazionale dei propri figli.



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Essere genitori significa amare profondamente un figlio e, proprio per questo, significa anche esporsi a una forma particolare di vulnerabilità. Quando si ama tanto, infatti, è facile sentirsi responsabili di ciò che accade all’altro, e nella genitorialità questa responsabilità viene spesso vissuta in modo molto intenso. Basta poco perché compaia il dubbio di aver sbagliato: una giornata in cui si è stati meno presenti, una risposta data con troppa fretta, un limite che ha fatto arrabbiare il figlio, un suo momento di tristezza, di chiusura o di agitazione. A volte il senso di colpa nasce persino dal pensiero di non aver capito in tempo un bisogno o di non essere riusciti a stare accanto al figlio nel modo giusto.
È un vissuto molto più comune di quanto si creda e riguarda sia i genitori dei bambini piccoli sia quelli degli adolescenti. Le situazioni cambiano, ma la domanda di fondo resta spesso la stessa: sto facendo abbastanza? Sto sbagliando qualcosa? Mio figlio sta male perché, in qualche modo, non sono riuscito a proteggerlo o a comprenderlo come avrei dovuto?
Chi si prende cura davvero di un figlio difficilmente può stare del tutto fuori da questi interrogativi. Educare non significa applicare una formula perfetta, ma abitare una relazione viva, intensa, mutevole, a volte faticosa. Con i bambini il senso di colpa può emergere quando piangono e non riusciamo a calmarli, quando fanno fatica a separarsi, quando sembrano attraversare momenti di rabbia o fragilità che ci spiazzano. Con gli adolescenti può prendere forma quando ci tengono fuori, quando sembrano lontani, quando reagiscono male ai limiti o quando li vediamo soffrire senza sapere più bene come raggiungerli.
In molti casi il pensiero implicito è questo: se mio figlio sta male, allora io ho sbagliato qualcosa. Eppure la realtà emotiva delle relazioni familiari è più complessa di così. I figli attraversano emozioni intense, conflitti, frustrazioni e fatiche evolutive che fanno parte del crescere. Il compito del genitore non è evitare ogni dolore, né impedire ogni difficoltà, ma offrire una presenza sufficientemente stabile, capace di contenere, comprendere e accompagnare anche quando le cose non scorrono in modo lineare.
Per questo il senso di colpa non nasce sempre e solo da ciò che sta accadendo nel presente. Certo, a volte si attiva dopo un episodio concreto: una risposta brusca, una regola messa con fatica, un momento in cui il genitore sente di non essere riuscito a reggere emotivamente la situazione. Ma molto spesso quel vissuto si intreccia anche con qualcosa di più antico. Diventare genitori, infatti, non mette in gioco soltanto competenze educative o scelte pratiche: tocca zone profonde della propria storia, richiama memorie emotive, riattiva modi di stare nella relazione appresi molto presto.
È anche per questo che alcune situazioni ci fanno sentire sproporzionatamente in colpa. Non solo perché amiamo nostro figlio, ma perché quel che accade con lui incontra qualcosa che ci appartiene da molto tempo. Un genitore che da bambino ha sentito di dover essere bravo, non disturbare, capire gli altri prima ancora di capire sé stesso, può vivere con particolare intensità ogni segnale di disagio del figlio. Il pianto, la rabbia, il ritiro, la protesta o la delusione possono allora essere percepiti non solo come aspetti normali, anche se difficili, della crescita, ma quasi come la prova di un proprio fallimento.
La genitorialità, in questo senso, non ci mette in contatto solo con i nostri figli, ma anche con il bambino che siamo stati. Se nella nostra storia ci sono state molta critica, poca comprensione emotiva o un senso precoce di responsabilità verso gli adulti, è più facile che diventiamo genitori molto sensibili alla possibilità di sbagliare. A volte così sensibili da non distinguere più bene tra un limite sano e una ferita, tra una frustrazione evolutiva e un danno reale, tra un errore riparabile e una colpa schiacciante.
Riconoscere questo intreccio non serve a colpevolizzare la propria storia, né i propri genitori. Serve piuttosto a guardarsi con maggiore consapevolezza. Quando capiamo che cosa si attiva dentro di noi, possiamo cominciare a rispondere in modo meno automatico e più libero.
Per comprendere meglio il senso di colpa genitoriale può essere utile pensare al sistema di accudimento. Si tratta di quell’insieme di predisposizioni emotive, attentive e corporee che si attivano quando ci prendiamo cura di qualcuno che percepiamo come vulnerabile. Nei genitori questo sistema è particolarmente forte, perché li orienta a osservare il figlio, a proteggerlo, a consolarlo, a cercare di capire di che cosa ha bisogno e a ridurre il suo disagio.
È un sistema prezioso, essenziale per la relazione di cura, ma proprio perché è così importante è anche molto sensibile. Quando si attiva, il genitore diventa più attento ai segnali di sofferenza, di distanza, di fatica, e può sentirsi rapidamente chiamato a fare qualcosa. È come se dentro di sé si accendesse un allarme: sta bene? si sente solo? ho fatto abbastanza? c’è qualcosa che devo riparare?
In questo senso il senso di colpa può funzionare come un segnale. A volte indica davvero che qualcosa richiede attenzione. Altre volte, però, questo allarme diventa eccessivo, continuo o sproporzionato, e allora il genitore finisce per leggere come colpa anche ciò che appartiene alla vita emotiva normale di un figlio: la frustrazione, la rabbia, la delusione, il bisogno di separarsi, la fatica di tollerare un limite.
È qui che molti genitori iniziano a soffrire molto, perché ogni momento difficile del figlio viene vissuto come la prova di non essere abbastanza. Eppure i figli non hanno bisogno di genitori che li tengano lontani da ogni esperienza spiacevole. Hanno bisogno di adulti capaci di restare nella relazione anche quando compaiono il conflitto, la tristezza o la rabbia, e di tornare a dare senso a ciò che accade senza farsi travolgere subito dall’autocritica.
Accanto al sistema di accudimento, soprattutto nei momenti di tensione, può attivarsi anche un’altra dimensione importante, che riguarda non tanto la vulnerabilità del figlio quanto la posizione reciproca nella relazione. È ciò che, in termini più teorici, può essere pensato come sistema di rango. In modo semplice, si tratta di quella parte dell’esperienza relazionale che si accende quando il conflitto comincia a essere letto in termini di chi decide, chi cede, chi guida, chi vince.
Molti genitori lo descrivono con parole molto concrete: mi sfida, vuole comandare lui, mi impone le decisioni, fa apposta. In alcuni momenti una componente provocatoria o oppositiva può esserci davvero. In molti altri casi, però, ciò che viene vissuto come sfida esprime soprattutto frustrazione, rabbia, bisogno di autonomia, difficoltà di regolazione o fatica a tollerare il limite. Il punto allora non è negare che il conflitto esista, ma accorgersi che il modo in cui lo interpretiamo cambia profondamente il modo in cui poi rispondiamo.
Se il genitore legge subito il comportamento del figlio come una sfida, è più facile che entri in una logica di scontro. L’attenzione si sposta dal capire che cosa sta succedendo al decidere chi ha il controllo della situazione. E quando questo accade, il limite educativo rischia di trasformarsi in una prova di forza. Succede con i bambini piccoli, ma ancora più facilmente con gli adolescenti, perché in adolescenza accanto al bisogno di cura compare con molta più evidenza il tema dell’autonomia. Il ragazzo si oppone di più, si separa, contesta, tollera meno il controllo, e il genitore può oscillare tra due paure opposte: essere troppo duro oppure cedere troppo.
In questa fase il compito non è vincere il conflitto, ma restare una presenza autorevole senza trasformare la relazione in una lotta di potere. Anche questo ha molto a che fare con il senso di colpa, perché molti genitori, dopo uno scontro, non si sentono soltanto stanchi o arrabbiati: si sentono anche cattivi, inadeguati o responsabili di aver rovinato il rapporto. A volte, però, quel senso di colpa nasce proprio dal fatto che il sistema di rango ha preso il sopravvento e la relazione, per qualche momento, si è irrigidita in una logica di sfida.
Molti genitori, quando sentono colpa, entrano subito in una battaglia interiore fatta di pensieri molto severi: non dovrei sentirmi così, se mi sento in colpa significa che ho sbagliato tutto, devo rimediare subito, devo essere migliore, più paziente, più presente, più capace. Ma questa lotta raramente aiuta davvero. Anzi, spesso aumenta la sofferenza, perché al dolore del momento aggiunge l’attacco contro sé stessi.
In questi casi può essere utile spostare la domanda. Invece di chiedersi soltanto se si è sbagliato, può aiutare chiedersi che cosa si è attivato. Si è acceso soprattutto l’accudimento, e quindi l’allarme davanti alla sofferenza del figlio? Oppure si è attivato il rango, e quindi la sensazione di essere sfidati o messi alla prova? Già questa distinzione può cambiare molto, perché aiuta il genitore a non prendere alla lettera la prima interpretazione che gli viene in mente.
Un piccolo passaggio pratico può essere questo: fermarsi qualche secondo e provare a dirsi mentalmente che cosa sta accadendo. Per esempio: mio figlio è molto arrabbiato e io mi sto sentendo sotto attacco; oppure: mio figlio sta male e dentro di me si è acceso subito l’allarme. Dare un nome a ciò che si attiva non risolve tutto, ma spesso riduce l’automatismo e apre uno spazio di scelta.
È in quello spazio che il genitore può ritrovare i propri valori. Un conto è agire per spegnere subito il disagio, cedendo a tutto pur di non sentirsi in colpa o irrigidendosi solo per non sentirsi messo in scacco. Un altro conto è chiedersi quale direzione educativa conta davvero. Voglio essere un genitore presente, rispettoso, affidabile, capace di mettere limiti con fermezza e gentilezza? Voglio restare nella relazione anche quando mio figlio è arrabbiato con me? Voglio guidarlo senza umiliarlo e proteggerlo senza soffocarlo?
A volte la scelta più coerente con i propri valori non elimina il senso di colpa. Dire di no a un bambino può continuare a farci stare male. Mettere un limite a un adolescente può lasciarci il dubbio di essere stati troppo duri. Prendersi uno spazio per sé può attivare pensieri di egoismo. Ma c’è una differenza importante tra agire per non sentire colpa e agire in modo coerente con ciò che riteniamo importante, accettando che una certa quota di disagio faccia parte del compito di educare.
Quando il senso di colpa segnala davvero un nostro errore, la strada non è punirsi ma riparare. Riparare significa riconoscere ciò che è accaduto, assumersene la responsabilità e tornare nella relazione in modo autentico. Significa poter dire: prima ti ho parlato in modo brusco; non ti stavo ascoltando davvero; ero molto attivata e ho reagito male; mi dispiace. Per un figlio, piccolo o adolescente che sia, questa esperienza è preziosa, perché insegna che i legami non si fondano sull’assenza di errori ma sulla possibilità di ritrovarsi dopo una rottura.
Il senso di colpa dei genitori è, in fondo, un vissuto molto umano. Nasce dentro la relazione di cura, si intreccia con il sistema di accudimento e, in alcuni momenti di conflitto, anche con il sistema di rango. Spesso incontra la storia personale del genitore e per questo non sempre va preso alla lettera. A volte segnala davvero qualcosa da riparare. Altre volte racconta la fatica di chi ama molto, ha un sensore molto sensibile o si trova in difficoltà nelle tenere insieme protezione, limite e autonomia.
Può esser di aiuto fare spazio alle emozioni difficili, a riconoscere ciò che si attiva e a scegliere come stare nella relazione in modo più coerente con i propri valori. Non si tratta di diventare genitori perfetti, ma di provare a restare presenti con più di consapevolezza, più gentilezza e più capacità di riparare quando serve.
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